La scelta e la protezione del nome sono tra i passaggi meno stimolanti dell’avvio di un brand.
Vengono quindi rinviati, spesso fino a quando esistono già etichette stampate, un sito online e una collezione in vendita.
È esattamente il momento in cui un problema costa il massimo: cambiare nome a quel punto significa rifare etichette, cartellini, packaging, comunicazione e presenza online.
Affrontarlo prima costa poco tempo e nessun rischio.
Al di là del gusto, alcune caratteristiche rendono un nome utilizzabile nella pratica.
Il terzo punto merita attenzione: un nome puramente descrittivo, che indica genericamente il prodotto, è difficile da registrare e da difendere, proprio perché descrive.
Prima di affezionarsi a un nome vanno fatte alcune verifiche, tutte accessibili.
Una ricerca nelle banche dati dei marchi, che sono consultabili pubblicamente sia a livello nazionale sia a livello europeo.
Una ricerca nel registro delle imprese, per denominazioni sociali simili.
Una ricerca generica in rete, per intercettare usi non registrati ma consolidati.
Una verifica della disponibilità del dominio e dei profili sulle piattaforme.
Queste verifiche danno un’indicazione, non una certezza: la valutazione sulla possibilità di conflitto richiede competenze specifiche, ed è il punto in cui conviene rivolgersi a un consulente in proprietà industriale.
Un marchio non si registra in assoluto, ma per determinate categorie di prodotti e servizi, individuate da un sistema internazionale di classificazione.
Per un brand di abbigliamento le classi rilevanti sono in genere quella dei capi di vestiario, calzature e cappelleria, e a seconda del progetto quella della pelletteria e degli accessori, oltre a quella relativa ai servizi di vendita al dettaglio.
La scelta delle classi va fatta pensando non solo a cosa si produce oggi, ma a cosa si potrebbe produrre nei prossimi anni: aggiungere classi in seguito comporta una nuova domanda.
Registrare classi che non si utilizzerà, però, ha costi e non è sempre opportuno: è una valutazione da fare con un consulente.
Le due strade principali hanno logiche diverse.
La registrazione nazionale copre un solo paese, ha un costo inferiore e ha senso quando il mercato è, e resterà, locale.
La registrazione a livello europeo copre tutti gli Stati membri con un’unica domanda, ha un costo superiore ma è quasi sempre più conveniente se si prevede di vendere in più paesi, anche solo online.
Esistono inoltre procedure per estendere la protezione a paesi terzi.
Poiché la vendita online rende un brand immediatamente raggiungibile da più mercati, la valutazione va fatta con realismo su dove si venderà davvero.
Una domanda di registrazione richiede mesi per essere esaminata e concessa, con possibilità di opposizione da parte di terzi.
Questo significa che non si può iniziare a registrare quando serve il marchio: va avviato prima.
La registrazione ha una durata definita, rinnovabile indefinitamente, e va effettivamente rinnovata: un marchio scaduto per mancato rinnovo torna disponibile.
Va anche usato: la mancata utilizzazione per un periodo prolungato può esporre il marchio a decadenza.
Ricorrono con regolarità.
Stampare etichette e packaging prima di aver verificato la disponibilità.
Registrare solo il logo e non il nome, o viceversa, quando servirebbero entrambi.
Registrare solo nel proprio paese e poi vendere online in tutta Europa.
Scegliere un nome molto simile a uno esistente nella stessa categoria, confidando che la differenza basti.
Non registrare affatto, e scoprire che qualcun altro lo ha fatto.
Un ultimo punto che riguarda la coerenza.
Il nome è il primo elemento di identità e va scelto insieme al posizionamento, non prima.
Un nome che comunica un registro diverso da quello del prodotto crea un attrito che poi la comunicazione deve compensare per anni.
È lo stesso ragionamento descritto parlando di identità visiva: gli elementi di identità funzionano quando derivano dal progetto, non quando lo precedono.
Vale la pena chiudere con una precisazione: la materia è tecnica e le procedure hanno dettagli che cambiano nel tempo, quindi la verifica finale va sempre fatta con un professionista del settore.
Dal 1995 Studio Stilistico analizza il DNA del brand, il target e il posizionamento per costruire una direzione stilistica coerente, e la traduce in disegni moda, tavole tecniche, varianti colore e dettagli costruttivi.
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