Ogni collezione ha un’idea di partenza.
Quasi nessuna ha quell’idea messa per iscritto in una forma utilizzabile.
Il concept esiste nella testa di chi ha avviato il progetto, viene comunicato a voce, e ognuno lo interpreta a modo proprio: il modellista in un modo, il commerciale in un altro, chi fotografa in un terzo.
Il risultato sono collezioni in cui ogni capo è ragionevole e l’insieme non ha una direzione.
Un concept scritto serve esattamente a questo: permettere a tutti di riferirsi alla stessa idea, e permettere a chi decide di dire no.
Vale la pena chiarirlo, perché l’errore è frequente.
Non è un testo evocativo da mettere in apertura della presentazione.
Non è una lista di riferimenti visivi, che è un’altra cosa, descritta parlando di moodboard.
Non è una descrizione dei capi, che verrà dopo.
Non è un tema, nel senso di un argomento decorativo applicato alla collezione.
È un insieme di decisioni scritte in modo verificabile.
Un concept utilizzabile risponde a cinque domande, e sta in una pagina.
**A chi parliamo.** Non un profilo demografico, ma una descrizione riconoscibile: come vive, cosa possiede già, cosa gli manca, quanto spende, dove compra.
**Cosa proponiamo.** Il tipo di prodotto e la sua funzione nel guardaroba di quella persona.
**Cosa ci distingue.** Un elemento verificabile: una costruzione, un materiale, una lavorazione, una vestibilità. Non un aggettivo.
**Come si riconosce.** Gli elementi formali ricorrenti: proporzioni, gamma cromatica, tipo di superficie, dettagli costruttivi.
**Cosa non faremo.** L’elenco delle esclusioni: categorie, fasce di prezzo, estetiche, lavorazioni.
L’ultima sezione è quella che rende il documento operativo, ed è quella che viene omessa più spesso.
Durante lo sviluppo arrivano proposte continuamente: un capo in più, un colore che funzionerebbe, una categoria che il commerciale chiede.
Senza esclusioni scritte, ogni proposta va valutata sul momento, e la collezione si allarga per accumulo.
Con esclusioni scritte, la valutazione è immediata: questa proposta rientra o no in quello che abbiamo deciso?
È lo stesso meccanismo che rende utile il piano collezione, applicato al livello creativo invece che a quello commerciale.
Un concept vale qualcosa solo se produce conseguenze.
Nella pratica ogni riga del concept deve generare indicazioni operative:
Se una riga del concept non produce nessuna conseguenza operativa, probabilmente è una frase decorativa e va riscritta.
Un concept che non sta in una pagina non è un concept: è una relazione.
Il vincolo di spazio costringe a scegliere, ed è precisamente il lavoro che serve.
Un buon esercizio: dopo averlo scritto, farlo leggere a chi dovrà eseguirlo, e chiedere di descrivere tre capi che secondo lui rientrano nella collezione e tre che non rientrano.
Se le risposte coincidono con le proprie, il concept funziona.
Se divergono, il documento non è ancora chiaro, e riscriverlo costa un’ora contro le settimane che costerebbe scoprirlo in fase di sviluppo.
Un concept non si riscrive da zero ogni stagione.
Le parti relative al cliente, all’elemento distintivo e alla riconoscibilità dovrebbero restare stabili: sono quelle che costruiscono l’identità del brand nel tempo.
Cambiano la proposta stagionale e alcune scelte formali.
Un brand che riscrive tutto ogni sei mesi non sta evolvendo: sta ricominciando, con i costi descritti parlando di costi di sviluppo.
Scrivere un concept richiede poco tempo e molta disciplina.
È anche il documento con il rapporto più alto tra tempo investito e problemi evitati di tutto il processo.
Perché tutte le decisioni successive, dalla scelta del tessuto alla fotografia, si prendono più rapidamente quando esiste un riferimento a cui tornare.
Dal 1995 Studio Stilistico analizza il DNA del brand, il target e il posizionamento per costruire una direzione stilistica coerente, e la traduce in disegni moda, tavole tecniche, varianti colore e dettagli costruttivi.
Se vuoi dare al tuo prossimo progetto una direzione chiara e producibile, prenota una chiamata conoscitiva.