Dal conto terzi al marchio proprio: come si fa il passaggio

Un punto di partenza privilegiato e incompleto

Un’azienda che produce per altri marchi possiede competenze che un brand nuovo deve costruire da zero.

Sa realizzare un capo, conosce i fornitori, ha attrezzature e personale, sa quanto costa produrre, ha rapporti consolidati nella filiera.

È la parte più difficile e più lenta da acquisire.

Le manca però tutto ciò che sta prima e dopo la produzione: la direzione creativa, il posizionamento, la relazione con il cliente finale, la vendita.

Il passaggio al marchio proprio è quindi meno un salto tecnico che un cambio di mestiere.

Cosa cambia davvero

Le differenze sostanziali sono cinque, e vale la pena riconoscerle prima.

**Chi decide il prodotto.** Nel conto terzi le specifiche arrivano dal cliente. Con un marchio proprio vanno definite, e la responsabilità dell’errore è interna.

**Quando si incassa.** Nel conto terzi si produce contro un ordine. Con un marchio proprio si produce prima di vendere, e il capitale resta immobilizzato.

**Chi assume il rischio dell’invenduto.** Passa dal cliente all’azienda, con le implicazioni descritte parlando di gestione dell’invenduto.

**Che competenze servono.** Direzione creativa, gestione della collezione, vendita, comunicazione: funzioni che nel conto terzi non esistono.

**Il ciclo di cassa.** Diventa molto più lungo, e questo è spesso il vincolo reale del progetto.

Il rischio con i clienti storici

È il punto più delicato e va affrontato in modo esplicito.

I clienti per cui l’azienda produce possono percepire il marchio proprio come una concorrenza diretta.

Il rischio è concreto, in particolare se il nuovo marchio si colloca nella stessa fascia e nello stesso canale.

Le strade praticabili:

  • posizionare il marchio proprio in una fascia o categoria diversa da quella dei clienti principali;
  • rivolgersi a un canale differente, per esempio la vendita diretta invece del multimarca;
  • comunicare l’iniziativa in anticipo, invece di lasciarla scoprire;
  • mantenere una separazione visibile tra le due attività;
  • valutare quanto peso ha ciascun cliente sul fatturato, prima di rischiarlo.

L’ultima valutazione è quella che conta: se un cliente rappresenta una quota rilevante del fatturato, l’operazione va calibrata con molta prudenza.

Il vantaggio da sfruttare

C’è una risorsa che un’azienda di produzione possiede e che nessun brand nuovo può replicare: la conoscenza tecnica.

Sa quali costruzioni funzionano, quali materiali si comportano bene, dove i capi si rompono, cosa costa e cosa non costa.

Questa conoscenza è la base su cui costruire un elemento distintivo reale, non dichiarato: un prodotto tecnicamente migliore di quello dei concorrenti nella stessa fascia.

È anche il terreno su cui si può sviluppare qualcosa di non replicabile, come le lavorazioni descritte parlando di trattamenti d’autore: chi controlla la produzione può sperimentare in modo che un brand senza fabbrica non può.

Cosa serve acquisire

Le competenze mancanti si possono costruire internamente o acquisire all’esterno, e la scelta dipende dalle risorse.

La direzione creativa e la costruzione della collezione sono le prime e le più determinanti: senza una direzione, un’azienda che sa produrre realizza capi corretti e privi di posizione.

Servono poi la definizione del posizionamento e del cliente, la costruzione del piano collezione, la gestione della vendita e la comunicazione.

Su come si imposta il lavoro creativo e tecnico, il percorso è quello descritto parlando di lavoro di uno studio stilistico.

Il percorso graduale che funziona

L’approccio meno rischioso non è un lancio in grande stile.

Il primo passo è una gamma molto ristretta, costruita su ciò che l’azienda sa fare meglio, come descritto parlando di capsule collection.

Il secondo è la vendita diretta, che permette di incassare a margine pieno e di conoscere il cliente finale.

Il terzo è l’ampliamento della gamma sulla base dei dati raccolti.

Il quarto, se ha senso, l’ingresso nel canale all’ingrosso.

Questo percorso richiede più tempo e molto meno capitale, e permette di interrompere se non funziona.

Il calcolo da fare prima

Prima di qualsiasi sviluppo serve un conto su una pagina.

Quanto costa sviluppare la gamma iniziale, secondo le voci descritte parlando di costi di sviluppo.

Quanto capitale resta immobilizzato in produzione e magazzino.

Per quanti mesi, prima di generare incassi.

Quanti pezzi vanno venduti per rientrare.

Se il conto regge anche vendendo la metà del previsto.

Un’azienda di produzione ha l’abitudine di lavorare con margini calcolati su commesse acquisite: ragionare su una previsione di vendita è un esercizio diverso, e vale la pena farlo in modo prudente.

Un’operazione che cambia l’azienda

Il marchio proprio non è un’aggiunta al conto terzi.

È un’attività con logiche, tempi e rischi diversi, che convive con la produzione ma non ne è la naturale estensione.

Le aziende che riescono sono quelle che lo riconoscono dall’inizio e lo strutturano come un progetto a sé, con risorse dedicate e obiettivi propri.

Quelle che lo trattano come un’estensione della produzione producono capi con un’etichetta nuova e nessun mercato.

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