La comunicazione della maggior parte dei brand di moda mostra il prodotto finito, indossato, in un contesto.
È necessario, e non basta più: è esattamente quello che fanno tutti, con immagini simili e un linguaggio simile.
Il contenuto che distingue è un altro: mostrare come il prodotto è stato fatto e perché è stato fatto in quel modo.
Ha un vantaggio strutturale: nessun concorrente può mostrare lo stesso processo, perché il processo è specifico.
Ci sono tre ragioni concrete, non di principio.
La prima è che il processo giustifica il prezzo. Un capo che costa più della media ha bisogno di argomenti verificabili, e la lavorazione è l’argomento più solido.
La seconda è che il processo riduce i resi. Un cliente che ha capito perché un capo tinto naturalmente varia di tono non lo restituisce, come descritto parlando di presentazione dei capi trattati.
La terza è che il processo è materiale inesauribile: ogni fase, ogni materiale, ogni scelta è un contenuto.
Nella pratica, i contenuti che ottengono più attenzione riguardano quasi sempre le stesse cose.
Il quinto punto è controintuitivo e molto efficace: mostrare tre prove sbagliate e spiegare perché è più credibile di mostrare solo il risultato riuscito.
Un formato che funziona, applicabile a qualsiasi fase.
Si parte da una domanda concreta che il cliente potrebbe porsi.
Si mostra la fase reale, con il gesto e il materiale.
Si spiega la conseguenza sul prodotto finito, cioè cosa il cliente percepirà.
Si chiude con l’informazione utile: cosa aspettarsi, come mantenerlo, perché costa così.
Questa struttura evita il difetto principale dei contenuti di processo: essere interessanti e non portare a nulla.
Alcuni errori ricorrenti annullano l’effetto.
Il linguaggio generico: parole come artigianale, sostenibile, autentico non dicono nulla e sono verificabili da nessuno. Vanno sostituite dal fatto specifico, secondo il criterio descritto parlando di dichiarazioni ambientali.
Le immagini troppo curate: un laboratorio fotografato come un set perde credibilità.
L’estetica al posto dell’informazione: un video suggestivo in cui non si capisce cosa stia accadendo intrattiene e non convince.
L’esagerazione: attribuire al proprio processo qualità che non ha è il rischio maggiore, perché chi capisce se ne accorge.
Un contenuto di processo che non porta a nessuna azione è un contenuto sprecato.
Nella pratica i collegamenti che funzionano sono due.
Il primo è verso il prodotto: il contenuto mostra la lavorazione, e la scheda prodotto del capo la richiama, come descritto parlando di schede prodotto.
Il secondo è verso una lista di persone interessate: chi segue il processo di una capsule in lavorazione è il pubblico più predisposto ad acquistarla quando esce.
Questa è, in pratica, la ragione commerciale più solida per raccontare il processo prima e non dopo.
Un ultimo aspetto operativo.
I contenuti di processo non si producono a comando: si raccolgono mentre si lavora.
Serve l’abitudine di documentare durante le fasi, con qualche fotografia e qualche annotazione, e di archiviare il materiale in modo consultabile.
È la stessa disciplina descritta parlando di documentazione delle lavorazioni, con un secondo utilizzo.
Chi documenta il proprio lavoro ha materiale per due anni di comunicazione.
Chi non lo fa deve inventarlo, e si vede.
Dal 1995 Studio Stilistico analizza il DNA del brand, il target e il posizionamento per costruire una direzione stilistica coerente, e la traduce in disegni moda, tavole tecniche, varianti colore e dettagli costruttivi.
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