Ramié e juta sono entrambe fibre liberiane, entrambe usate da millenni, entrambe rare nell’abbigliamento contemporaneo.
Le ragioni della loro marginalità però sono diverse, e conoscerle spiega dove ognuna può ancora avere senso.
Il ramié è escluso da un problema di lavorazione.
La juta è esclusa da un problema di caratteristiche.
Il ramié si ricava da una pianta della famiglia delle ortiche, coltivata principalmente in Asia orientale.
Le sue proprietà tecniche sono notevoli:
Sulla carta è una fibra superiore al lino in più aspetti.
Il problema è a monte: la fibra grezza è avvolta da sostanze gommose e pectine che richiedono un processo di sgommatura complesso e in gran parte manuale per essere rimosse.
È questo passaggio, non la coltivazione, che ne ha limitato la diffusione.
Le due caratteristiche da governare in fase di progetto sono la rigidità e la fragilità alle pieghe.
Il ramié è rigido e poco elastico, quindi cade in modo strutturato ma segna le pieghe più del lino.
Ha inoltre una tendenza a rompersi nel punto di piega ripetuta, se sollecitato a lungo nello stesso punto.
Ne consegue che funziona bene in capi con volumi ampi e poche pieghe fisse, e male in capi molto vincolati o con pieghe stirate permanenti.
Nella pratica viene usato quasi sempre in blend, tipicamente con cotone o lino, per ammorbidire la mano mantenendo la resistenza.
La juta ha proprietà opposte.
È estremamente economica, ampiamente disponibile, con buona resistenza alla trazione e ottima biodegradabilità.
Ha però una fibra grossolana, con alto contenuto di lignina, che la rende ruvida, poco flessibile e soggetta a ingiallire con l’esposizione alla luce.
L’alto contenuto di lignina la rende anche sensibile all’umidità e meno stabile nel tempo.
Per questo la juta ha trovato il suo mercato negli imballaggi, nei tessuti tecnici e nell’arredamento, e non nell’abbigliamento a contatto con la pelle.
Escluderla dall’abbigliamento non significa escluderla dai progetti.
Ha applicazioni concrete come materiale strutturale: borse, accessori, elementi decorativi, dettagli non a contatto con il corpo, packaging di prodotto.
In questi usi la sua ruvidità è coerente e la sua economicità un vantaggio.
Va valutata l’esposizione alla luce, che ne modifica il colore, e la sensibilità all’umidità.
E, se usata in un accessorio insieme ad altri materiali, va considerato l’effetto sulla riciclabilità descritto parlando di tessuti misti.
Entrambe le fibre sono cellulosiche e accettano i coloranti per fibre vegetali, con differenze rilevanti.
Il ramié, grazie al bianco naturale e alla superficie liscia, restituisce colori più puliti e luminosi della media delle fibre liberiane.
La juta, per il suo colore di fondo bruno-dorato e il contenuto di lignina, altera i toni: i colori chiari risultano sporcati, mentre i toni caldi e scuri funzionano bene.
Sulla juta i trattamenti con tannini e ferro danno risultati interessanti, secondo il meccanismo descritto parlando di neri e grigi naturali.
Nessuna delle due va adottata sulla base delle caratteristiche dichiarate.
Serve il percorso descritto parlando di valutazione di un nuovo materiale, con particolare attenzione a tre prove: resistenza alla piega ripetuta, comportamento dopo lavaggi multipli, stabilità del colore alla luce.
Va anche verificata la disponibilità reale: sono materiali con filiere concentrate geograficamente, e i tempi di approvvigionamento sono più lunghi di quelli abituali.
Un’ultima considerazione, che vale per l’intera attività di ricerca materiali.
Sapere perché una fibra non è adatta è un’informazione utile quanto sapere quale usare.
Permette di rispondere in modo competente quando un cliente propone un materiale letto in un articolo, e di spiegare con dati perché una strada alternativa è preferibile.
È il tipo di conoscenza che si accumula solo tenendo traccia, come descritto parlando di archivio materiali.
La ricerca materiali di Studio Stilistico seleziona tessuti, fibre naturali, denim, felpe, canapa, cotoni e lini in funzione del progetto creativo, fino alla definizione del trattamento finale.
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