Tessuti misti: perché complicano il riciclo

Il compromesso più diffuso del settore

La maggior parte dei capi in commercio è realizzata con tessuti composti da più fibre.

Ci sono ragioni tecniche solide: si combinano proprietà diverse, si correggono i limiti di una fibra con i punti di forza di un’altra, si contiene il costo.

C’è però una conseguenza che raramente entra nella decisione: un tessuto misto è, allo stato attuale della tecnologia, molto difficile da riciclare.

Ed è per questo che la scelta di un blend è una decisione progettuale con effetti che vanno oltre la stagione in cui il capo viene venduto.

Perché il riciclo richiede separazione

Il riciclo di un materiale tessile richiede di poter trattare la fibra con un processo adatto alla sua natura.

Il cotone si sfilaccia meccanicamente o si dissolve chimicamente come cellulosa.

Il poliestere si fonde o si depolimerizza.

La lana si sfilaccia e si ricarda.

Ognuno di questi processi è specifico, e in un tessuto misto le fibre sono intimamente combinate: non sono strati separabili, sono filati intrecciati o addirittura fibre miscelate dentro lo stesso filato.

Separarle richiede processi chimici selettivi che esistono, sono in sviluppo, ma non sono ancora disponibili su scala industriale generalizzata.

Le combinazioni più problematiche

Non tutti i blend creano gli stessi problemi.

  • Cotone e poliestere: la combinazione più diffusa e tra le più difficili, perché unisce una fibra cellulosica e una sintetica.
  • Fibre naturali con elastomero: anche una piccola percentuale rende il riciclo molto complesso e interferisce con i processi meccanici.
  • Lana con sintetici: compromette la filiera consolidata del riciclo della lana.
  • Blend a tre o più fibre: rendono la separazione praticamente impossibile.
  • Tessuti con rivestimenti, laminazioni o membrane: sono materiali compositi, non tessuti misti, e vanno considerati a parte.

L’elastomero merita una nota specifica: è presente in una quota enorme di capi contemporanei, spesso al due o tre per cento, e in molti processi è sufficiente a escludere il tessuto dal riciclo.

Cosa succede oggi a un capo in blend

Nella pratica corrente, un capo in tessuto misto raccolto a fine vita segue percorsi diversi dal riciclo tessile.

Può essere reimmesso nel mercato dell’usato, che è la destinazione migliore.

Può essere trasformato in materiale per usi a valore inferiore, come imbottiture o materiali isolanti, che è un declassamento.

Può essere destinato a recupero energetico o smaltimento.

Nessuno di questi percorsi restituisce fibra per nuovo tessile.

Progettare per la monomaterialità

Esiste un approccio progettuale che affronta il problema all’origine, ed è concreto.

Significa scegliere, dove possibile, tessuti composti da un’unica fibra.

Significa anche estendere il criterio ai componenti del capo: filo da cucire della stessa famiglia del tessuto, etichette compatibili, accessori facilmente rimovibili, assenza di interfodere termoadesive non separabili.

È un livello di attenzione che pochi progetti raggiungono, e che ha un effetto reale sulla possibilità di recupero.

Rientra nella logica descritta parlando di design circolare.

Il vantaggio collaterale per chi lavora sul colore

C’è una convergenza interessante tra monomaterialità e lavorazione sulla superficie.

Un tessuto in fibra unica naturale si tinge in modo uniforme e prevedibile.

Un blend, in un bagno destinato alle fibre cellulosiche, lascia bianca la parte sintetica, producendo un effetto disomogeneo.

Ne consegue che i progetti che lavorano su tinture, sovratinture e rework, come quelli descritti parlando di trattamenti d’autore, hanno una ragione tecnica in più per preferire basi in fibra unica.

La scelta che facilita il riciclo è la stessa che rende il capo lavorabile.

Quando il misto è giustificato

Non si tratta di eliminare i blend per principio.

Un blend è giustificato quando la prestazione che consente è necessaria e non ottenibile diversamente: la stabilità di un capo aderente, la resistenza di un articolo soggetto a uso intenso, la sicurezza in un capo tecnico.

Un capo che dura il doppio grazie a un blend può avere un impatto complessivo migliore di uno monomateriale che si consuma in una stagione.

La differenza sta nell’aver fatto il ragionamento, invece di aver accettato il blend perché era ciò che il fornitore proponeva.

Una decisione da prendere in fase di progetto

Il punto operativo è semplice.

La composizione di un tessuto si decide nella fase di ricerca materiali, e non è più modificabile dopo.

Porsi la domanda in quel momento costa cinque minuti.

Non porsela significa consegnare al capo un fine vita già deciso.

La ricerca materiali di Studio Stilistico seleziona tessuti, fibre naturali, denim, felpe, canapa, cotoni e lini in funzione del progetto creativo, fino alla definizione del trattamento finale.

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