Chi propone un brand a un negozio tende a spiegare perché il proprio prodotto è valido.
Il negozio, però, si sta ponendo una domanda diversa: questo brand mi porta clienti che oggi non ho, o mi aggiunge un’alternativa a qualcosa che vendo già?
Un brand che risponde a questa domanda ha un tasso di risposta completamente diverso da uno che descrive il proprio prodotto.
È una differenza di impostazione, prima che di argomenti.
L’errore iniziale più comune è inviare la stessa presentazione a un elenco ampio.
Il lavoro utile è l’opposto: individuare pochi negozi coerenti e studiarli davvero.
Cosa vendono già, in quale fascia di prezzo, con quale tipo di cliente, quali marchi trattano e quali categorie sono meno presidiate.
Il criterio decisivo è la complementarità: un negozio che ha già tre marchi molto simili al tuo non ha spazio, mentre uno che ha una gamma affine ma una lacuna in una categoria è un interlocutore reale.
Dieci contatti preparati valgono più di duecento inviati alla cieca.
Contattare un negozio senza materiale pronto significa bruciare il contatto.
Servono, come minimo:
Se una di queste informazioni manca, la conversazione si interrompe nel momento in cui viene chiesta.
Su come costruire questo materiale abbiamo scritto parlando di preparazione della campagna vendite.
Funziona quando è corto, specifico e dimostra di conoscere il negozio.
Nella pratica: una riga su chi sei, una su cosa fai e cosa ti distingue tecnicamente, una che spiega perché quel negozio in particolare, l’indicazione della fascia di prezzo, la proposta di un passo concreto.
Da evitare: allegati pesanti al primo contatto, descrizioni generiche del proprio percorso, richieste vaghe di collaborazione, e presentare il brand come sostenibile senza dire nulla di verificabile, per le ragioni descritte parlando di comunicazione ambientale.
L’indicazione del prezzo nel primo messaggio è controintuitiva e utile: fa risparmiare tempo a entrambi.
Tre ricorrono quasi sempre, e conviene arrivare preparati.
La prima è che il negozio ha già un marchio simile: qui serve poter indicare in cosa il tuo prodotto è diverso a livello di costruzione, materiale o vestibilità.
La seconda riguarda il rischio di un brand sconosciuto: si risponde con condizioni che riducono il rischio, come minimi contenuti al primo ordine.
La terza riguarda il riassortimento: un negozio vuole sapere se può riordinare un capo che vende bene, e la presenza di articoli continuativi è un argomento decisivo, come descritto parlando di riassortimento.
I tempi sono lunghi.
I negozi acquistano in finestre precise dell’anno, quindi un contatto avviato fuori periodo resta in attesa per mesi.
La percentuale di risposte è bassa anche con un lavoro fatto bene, e questo non è un segnale sul prodotto.
Il primo ordine di un negozio nuovo è quasi sempre piccolo: serve a testare. Consegnarlo puntuale e senza difetti conta più della sua dimensione, perché è quello che determina il secondo ordine.
La parte del lavoro che viene trascurata più spesso comincia dopo la consegna.
Chiedere come sta andando, quali capi si vendono e quali no, quali taglie mancano, è informazione preziosa e comunica attenzione.
Fornire supporto, come immagini utilizzabili o informazioni sul prodotto da riferire al cliente finale, rende il capo più facile da vendere.
Un negozio che vende bene un brand lo riordina.
Ed è questo, non l’acquisizione di nuovi contatti, che costruisce nel tempo un canale stabile.
Studio Stilistico affianca brand, aziende e designer nello sviluppo di collezioni che uniscono identità, ricerca materiali e lavorazioni artigianali.
Se vuoi capire quale direzione dare al tuo prossimo progetto, prenota una chiamata conoscitiva.