Etichette e cartellini: cosa deve contenere un capo

La parte del capo che non si può improvvisare

Su un capo di abbigliamento quasi tutto è una scelta libera del brand.

L’etichetta di composizione non lo è.

È l’unico elemento su cui esistono obblighi precisi, e uno dei pochi che, se sbagliato, comporta un problema formale e non soltanto estetico.

Nella pratica viene affrontata all’ultimo momento, quando la produzione è già avviata, e da lì nascono la maggior parte degli errori.

La composizione: cosa va indicato

Il quadro europeo di riferimento per l’etichettatura tessile stabilisce che sui prodotti tessili vada indicata la composizione fibrosa.

I principi operativi principali:

  • le fibre vanno elencate in ordine decrescente di peso, con la relativa percentuale;
  • vanno usate le denominazioni previste dalla normativa, non i nomi commerciali;
  • l’indicazione va riportata nella lingua del paese in cui il prodotto è commercializzato;
  • espressioni come cento per cento, puro o tutto sono ammesse solo per prodotti composti da un’unica fibra;
  • sono previste tolleranze per la presenza di fibre estranee, con margini più ampi per alcuni prodotti;
  • se il prodotto contiene parti non tessili di origine animale, va riportata la dicitura specifica prevista.

Il punto delle denominazioni è quello su cui si sbaglia più spesso.

Un nome commerciale di una fibra, anche molto noto, non sostituisce la denominazione ufficiale, che deve comparire.

L’errore tipico: i nomi commerciali

Molti fornitori consegnano schede in cui il materiale è indicato con il proprio marchio.

Riportarlo così sull’etichetta non è corretto, perché il consumatore ha diritto a conoscere la fibra, non il marchio del produttore.

La soluzione è semplice: si indica la denominazione della fibra e, se si vuole valorizzare il marchio, si aggiunge separatamente, senza sostituirla.

Questo vale in particolare per le fibre artificiali di cui abbiamo parlato a proposito di viscosa, lyocell e modal, dove i nomi commerciali sono molto diffusi.

I simboli di manutenzione

I cinque simboli che indicano lavaggio, candeggio, asciugatura, stiratura e trattamento professionale seguono un sistema internazionale standardizzato.

Il loro uso non è imposto da un obbligo generale allo stesso modo della composizione, ma nella pratica sono indispensabili: senza istruzioni corrette il brand si espone a contestazioni se il capo si danneggia in un lavaggio ragionevole.

Vanno determinati sul capo finito, non sul tessuto: un tessuto lavabile in lavatrice inserito in un capo con interfodera e fodera diversa può richiedere il lavaggio professionale.

L’unico modo corretto per definirli è provare il lavaggio sul prototipo.

L’origine e le diciture facoltative

Per i tessili non esiste, nel quadro europeo, un obbligo generale di indicare il paese di origine.

Se però lo si indica, l’indicazione deve essere veritiera e conforme alle regole di determinazione dell’origine, un tema che abbiamo affrontato parlando di Made in Italy.

Lo stesso vale per ogni altra dicitura facoltativa: riferimenti a certificazioni, contenuto riciclato, caratteristiche ambientali.

Tutto ciò che si scrive va documentato, secondo il criterio descritto a proposito delle certificazioni tessili.

Come e dove applicarle

L’etichetta di composizione deve accompagnare il prodotto in modo stabile e restare leggibile.

Alcune scelte pratiche che evitano problemi:

  • collocarla in una posizione che non dia fastidio a contatto con la pelle, ma resti accessibile;
  • verificare che il materiale dell’etichetta regga i lavaggi previsti per quel capo;
  • controllare la leggibilità della stampa dopo il lavaggio del campione;
  • prevedere una sola etichetta con tutte le informazioni obbligatorie, invece di frammentarle;
  • controllare la traduzione per ogni mercato in cui si vende.

L’ultimo punto diventa rilevante appena si esporta, anche solo verso un paese vicino.

I cartellini appesi

Il cartellino ha una funzione diversa: è materiale di vendita.

Contiene tipicamente marchio, codice articolo, taglia, colore, prezzo e codice a barre, e può ospitare informazioni aggiuntive sul prodotto.

È anche lo spazio in cui raccontare la lavorazione, l’origine dei materiali o le indicazioni d’uso specifiche, come nel caso dei capi tinti naturalmente descritti parlando di colori che evolvono.

Un cartellino che spiega bene il prodotto riduce i resi più di quanto si immagini.

Un consiglio pratico

Data la materia, la verifica finale delle diciture su una collezione destinata alla vendita va fatta con un consulente specializzato, in particolare quando si esporta.

Il lavoro di progetto consiste nell’arrivare a quella verifica con tutte le informazioni ordinate: composizioni certe dei materiali, documentazione dei fornitori, prove di lavaggio eseguite.

Chi arriva con questo materiale risolve la questione in poche ore.

Chi arriva senza rischia di dover rietichettare una produzione intera.

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