Su un capo di abbigliamento quasi tutto è una scelta libera del brand.
L’etichetta di composizione non lo è.
È l’unico elemento su cui esistono obblighi precisi, e uno dei pochi che, se sbagliato, comporta un problema formale e non soltanto estetico.
Nella pratica viene affrontata all’ultimo momento, quando la produzione è già avviata, e da lì nascono la maggior parte degli errori.
Il quadro europeo di riferimento per l’etichettatura tessile stabilisce che sui prodotti tessili vada indicata la composizione fibrosa.
I principi operativi principali:
Il punto delle denominazioni è quello su cui si sbaglia più spesso.
Un nome commerciale di una fibra, anche molto noto, non sostituisce la denominazione ufficiale, che deve comparire.
Molti fornitori consegnano schede in cui il materiale è indicato con il proprio marchio.
Riportarlo così sull’etichetta non è corretto, perché il consumatore ha diritto a conoscere la fibra, non il marchio del produttore.
La soluzione è semplice: si indica la denominazione della fibra e, se si vuole valorizzare il marchio, si aggiunge separatamente, senza sostituirla.
Questo vale in particolare per le fibre artificiali di cui abbiamo parlato a proposito di viscosa, lyocell e modal, dove i nomi commerciali sono molto diffusi.
I cinque simboli che indicano lavaggio, candeggio, asciugatura, stiratura e trattamento professionale seguono un sistema internazionale standardizzato.
Il loro uso non è imposto da un obbligo generale allo stesso modo della composizione, ma nella pratica sono indispensabili: senza istruzioni corrette il brand si espone a contestazioni se il capo si danneggia in un lavaggio ragionevole.
Vanno determinati sul capo finito, non sul tessuto: un tessuto lavabile in lavatrice inserito in un capo con interfodera e fodera diversa può richiedere il lavaggio professionale.
L’unico modo corretto per definirli è provare il lavaggio sul prototipo.
Per i tessili non esiste, nel quadro europeo, un obbligo generale di indicare il paese di origine.
Se però lo si indica, l’indicazione deve essere veritiera e conforme alle regole di determinazione dell’origine, un tema che abbiamo affrontato parlando di Made in Italy.
Lo stesso vale per ogni altra dicitura facoltativa: riferimenti a certificazioni, contenuto riciclato, caratteristiche ambientali.
Tutto ciò che si scrive va documentato, secondo il criterio descritto a proposito delle certificazioni tessili.
L’etichetta di composizione deve accompagnare il prodotto in modo stabile e restare leggibile.
Alcune scelte pratiche che evitano problemi:
L’ultimo punto diventa rilevante appena si esporta, anche solo verso un paese vicino.
Il cartellino ha una funzione diversa: è materiale di vendita.
Contiene tipicamente marchio, codice articolo, taglia, colore, prezzo e codice a barre, e può ospitare informazioni aggiuntive sul prodotto.
È anche lo spazio in cui raccontare la lavorazione, l’origine dei materiali o le indicazioni d’uso specifiche, come nel caso dei capi tinti naturalmente descritti parlando di colori che evolvono.
Un cartellino che spiega bene il prodotto riduce i resi più di quanto si immagini.
Data la materia, la verifica finale delle diciture su una collezione destinata alla vendita va fatta con un consulente specializzato, in particolare quando si esporta.
Il lavoro di progetto consiste nell’arrivare a quella verifica con tutte le informazioni ordinate: composizioni certe dei materiali, documentazione dei fornitori, prove di lavaggio eseguite.
Chi arriva con questo materiale risolve la questione in poche ore.
Chi arriva senza rischia di dover rietichettare una produzione intera.
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