Sotto l’espressione alternative alla pelle si trovano oggi materiali che hanno poco in comune tra loro.
Alcuni derivano da scarti agricoli, altri da funghi, altri da fibre riciclate, altri sono semplicemente materiali sintetici con una comunicazione diversa.
Confonderli è facile, e il rischio per un brand è duplice: scegliere un materiale che non regge l’uso previsto, oppure comunicarlo in modo non corretto.
Vale quindi la pena guardare come sono fatti, prima di guardare come vengono presentati.
Quasi tutte le alternative in commercio hanno una struttura a strati.
C’è un supporto, che dà resistenza meccanica: può essere un tessuto in cotone, in poliestere, in viscosa o un non tessuto.
C’è uno strato funzionale, che dà l’aspetto e la mano: qui entrano i polimeri, che possono essere poliuretano, in alcuni casi PVC, oppure formulazioni che integrano una quota di materia bio-based.
C’è infine una finitura superficiale.
La conseguenza importante è questa: la percentuale di materiale vegetale spesso riguarda solo una parte dello strato funzionale, non l’intero materiale.
È il punto in cui si concentrano le dichiarazioni imprecise.
Semplificando, le opzioni disponibili si raggruppano così.
Nessuna di queste categorie è omogenea: due materiali della stessa famiglia possono avere qualità molto diverse.
Su questi materiali le prove tecniche sono più importanti che su qualsiasi altro, perché non esiste una tradizione consolidata da cui dedurre il comportamento.
Le verifiche minime da richiedere:
L’ultimo punto è decisivo per un accessorio: un materiale che si delamina dopo una stagione produce resi e danni di immagine.
Alcuni vincoli sono attualmente strutturali e non dipendono dal singolo fornitore.
La durata media è in genere inferiore a quella di una pelle conciata di buona qualità.
La riparabilità è quasi nulla, mentre un accessorio in pelle si può ricondizionare.
La riciclabilità a fine vita è complessa, perché si tratta di materiali multistrato composti da elementi diversi.
I minimi d’ordine sono spesso alti e la disponibilità dei materiali più innovativi può essere discontinua.
Sono informazioni che vanno considerate in fase di progetto, non scoperte in produzione.
Qui la prudenza paga.
Non si può chiamare pelle un materiale che non lo è, e la denominazione va scelta con attenzione anche nelle traduzioni.
Non si può attribuire al materiale intero una percentuale che riguarda un singolo strato.
Non si può presentare come biodegradabile un materiale che contiene un supporto sintetico.
La descrizione corretta indica la composizione per strati e le prestazioni verificate, secondo il criterio descritto parlando di dichiarazioni ambientali.
Nella pratica progettuale questi materiali danno i risultati migliori dove la sollecitazione meccanica è moderata e l’aspetto conta molto.
Inserti e dettagli su capi in tessuto.
Accessori piccoli, con poche cuciture strutturali.
Capi che non devono durare dieci anni ma devono comunicare una scelta precisa.
Usati in questo perimetro sono una risorsa reale.
Usati per sostituire integralmente la pelle in prodotti soggetti a uso intenso, deludono le aspettative che erano state create.
La domanda giusta non è quale materiale sia il più sostenibile.
È quale materiale regge l’uso previsto per il capo che stai progettando, e cosa puoi dimostrare di quello che dichiari.
Un brand che risponde a queste due domande con dati alla mano è già in una posizione migliore della maggior parte del mercato.
Studio Stilistico affianca brand, aziende e designer nello sviluppo di collezioni che uniscono identità, ricerca materiali e lavorazioni artigianali.
Se vuoi capire quale direzione dare al tuo prossimo progetto, prenota una chiamata conoscitiva.