Chi vuole mettere sul mercato un capo con il proprio marchio ha due percorsi possibili.
Il primo consiste nel partire da prodotti già esistenti presso un produttore, personalizzandoli.
Il secondo consiste nello sviluppare il capo da zero, con modellistica propria.
Dall’esterno il risultato sembra simile: un capo con la propria etichetta.
Dal punto di vista del controllo, dei costi e della difendibilità del progetto sono due mondi diversi.
Nella pratica il termine copre situazioni molto diverse, e vale la pena distinguerle.
Nel caso più semplice si acquistano capi già finiti e si applica la propria etichetta.
Un gradino sopra, si sceglie un modello dal catalogo del produttore e si personalizzano tessuto, colore e accessori.
Più avanti ancora, si parte da un modello esistente e si richiedono modifiche costruttive, mantenendo la base di modellistica del produttore.
Solo l’ultimo livello si avvicina a uno sviluppo su misura, e già a quel punto i vincoli sono significativi.
Sono concreti e non vanno sottovalutati.
Per un progetto in fase di verifica, questa strada è spesso la scelta razionale.
I problemi si presentano quando il progetto funziona.
Il capo non è esclusivo: lo stesso modello può essere venduto ad altri, con un’altra etichetta e magari a un altro prezzo.
La vestibilità non è tua: è quella del produttore, e se cambi fornitore cambia il modo in cui i tuoi capi vestono.
Il margine di differenziazione è limitato al tessuto e al colore.
La modellistica resta proprietà del produttore, quindi non esiste un asset che rimane al brand.
Il risultato è che il brand costruisce riconoscibilità solo sulla comunicazione, non sul prodotto.
La strada opposta richiede modellistica propria, prototipazione, cicli di fitting e un campionario sviluppato, con i tempi e i costi descritti a proposito delle fasi dello sviluppo.
In cambio si ottengono tre cose che il private label non può dare.
La prima è una vestibilità propria, che diventa un motivo di ritorno per il cliente.
La seconda è un patrimonio tecnico che resta al brand: cartamodelli, schede, gradazioni riutilizzabili per anni.
La terza è la possibilità di realizzare un capo che non esiste già, che è l’unica base solida per una posizione distintiva.
Nella realtà molti brand non scelgono in modo assoluto.
Usano il private label per le categorie in cui la differenziazione conta poco: t-shirt, felpe, capi base di completamento.
Sviluppano invece internamente i capi identitari, quelli che raccontano il progetto e giustificano il posizionamento.
Questa combinazione permette di avere un catalogo completo senza disperdere il budget di sviluppo su articoli che nessuno comprerà per la loro costruzione.
È anche coerente con la logica dei ruoli descritta parlando di piano collezione: non tutti i capi hanno la stessa funzione, quindi non tutti meritano lo stesso investimento.
Tre domande risolvono la maggior parte dei dubbi.
Il vantaggio competitivo del mio progetto sta nel prodotto o nel modo in cui lo racconto e lo vendo?
Se il prodotto fosse identico a quello di un concorrente, il cliente avrebbe ancora motivi per scegliere me?
Ho le risorse per sostenere lo sviluppo di tutta la gamma, o solo di una parte?
Le risposte indicano in modo abbastanza netto dove conviene investire.
Il private label non è una versione minore del fare moda, ed è spesso il modo più intelligente di partire.
Lo sviluppo su misura non è automaticamente un progetto migliore: sviluppare male una collezione intera è peggio che personalizzare bene pochi capi.
La scelta sbagliata è farla per default, senza aver deciso quale sia la vera fonte di valore del proprio progetto.
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