Uno degli errori più costosi nella costruzione di una collezione è definire il prezzo guardando cosa fanno gli altri.
Il prezzo di un concorrente riflette la sua struttura di costi, i suoi volumi, i suoi canali e i suoi accordi di fornitura.
Applicare quel prezzo a una struttura diversa produce margini insufficienti o prezzi fuori mercato.
Il prezzo si costruisce partendo dai propri numeri, e solo dopo si verifica la coerenza con il mercato.
Il costo industriale è quanto costa realizzare un capo, escluse le spese di struttura.
Comprende:
Le voci che vengono dimenticate più spesso sono le lavorazioni esterne e i trasporti, che su un capo con più passaggi possono pesare in modo significativo.
Un errore frequente è calcolare il consumo di tessuto sul singolo capo, con il piazzamento ideale.
Nella realtà il taglio produce scarto, e la percentuale varia in base alla forma dei pezzi, all’altezza del tessuto e alla necessità di rispettare il verso del filo.
Nei progetti che partono da materiale di recupero lo scarto è molto più alto, come abbiamo visto parlando di upcycling.
Il costo industriale corretto usa il consumo reale a piazzamento, non il consumo teorico.
Dal costo industriale si arriva al prezzo attraverso moltiplicatori.
La logica è che il prezzo deve coprire, oltre al costo del capo, anche tutto il resto: sviluppo, campionario, struttura, comunicazione, invenduto, sconti e utile.
Nella pratica del settore, il prezzo all’ingrosso si colloca a un multiplo del costo industriale, e il prezzo al pubblico a un ulteriore multiplo di quello all’ingrosso.
I valori esatti variano molto per categoria e posizionamento, e non hanno senso come numeri assoluti.
Ciò che conta è la logica: se il moltiplicatore è troppo basso, ogni capo venduto contribuisce poco ai costi fissi, e il volume necessario per stare in equilibrio diventa irraggiungibile.
Questa distinzione cambia completamente il conto.
Vendendo direttamente al cliente finale si trattiene l’intero margine, ma si sostengono i costi di acquisizione, spedizione, resi e servizio.
Vendendo a un negozio multimarca si incassa il prezzo all’ingrosso, molto più basso, ma si vendono più pezzi per ordine e si trasferisce il rischio di vendita al negozio.
Un capo può essere sostenibile in un canale e insostenibile nell’altro.
Per questo il prezzo va verificato per canale, non in generale.
Definiti i prezzi, resta un calcolo poco piacevole e indispensabile.
Si stima quante unità si venderanno realisticamente, si calcola il margine complessivo e si confronta con i costi fissi del progetto: sviluppo, campionario, struttura, comunicazione.
Se il margine non copre i costi fissi, la collezione è in perdita già sulla carta.
Le uscite possibili sono poche e tutte da valutare prima di produrre: ridurre il numero di articoli, cambiare tessuto, semplificare la confezione, alzare il prezzo o cambiare canale.
Farlo in questa fase è un aggiustamento.
Farlo dopo la produzione è un problema.
Un ultimo aspetto, meno numerico e non meno importante.
Il prezzo è il primo messaggio che il cliente riceve sul valore del capo.
Un prezzo troppo basso rispetto alla lavorazione svaluta il lavoro e rende impossibile raccontarlo.
Un prezzo alto senza elementi che lo giustifichino non regge al confronto.
Il prezzo giusto è quello che copre i costi, lascia utile ed è coerente con ciò che il capo mostra al cliente.
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