La cartella colori è uno degli strumenti più sottovalutati nello sviluppo di una collezione.
Viene spesso costruita per affinità estetica, scegliendo tonalità che funzionano bene insieme su un moodboard.
Il problema è che una cartella colori deve funzionare in tre contesti diversi contemporaneamente: sul capo, in negozio e in produzione.
Un colore che è perfetto su un moodboard può essere invendibile su un cappotto e impossibile da ottenere su un tessuto specifico.
Le cartelle che funzionano hanno quasi sempre la stessa architettura.
Le proporzioni contano.
Una collezione con troppi colori accento si vende male, perché il buyer non trova la base su cui costruire l’acquisto.
Una collezione tutta neutra non genera desiderio e diventa indistinguibile.
Dire beige non è comunicare un colore.
Nel settore tessile il riferimento più diffuso è il sistema Pantone nella versione per tessuti, in particolare i codici TCX su cotone, che vanno indicati per esteso nei documenti di collezione.
Accanto al codice serve però quasi sempre un riferimento fisico.
Un lab dip, cioè una prova di tintura sul tessuto reale, è l’unico modo per approvare un colore in modo attendibile, perché lo stesso codice su lana, seta e cotone dà tre percezioni diverse.
Nella pratica un ciclo di approvazione prevede due o tre lab dip per colore prima dell’ok definitivo.
Questo è il punto in cui molte cartelle si rompono.
Un total look composto da una giacca in lana, una camicia in cotone e un pantalone in lino nello stesso colore nominale non apparirà mai dello stesso colore.
La struttura della fibra, la superficie e la brillantezza cambiano la percezione.
Le contromisure sono pratiche:
L’ultima è la soluzione più efficace e la meno praticata.
Un colore approvato non resta identico per sempre.
Lotti diversi di tintura hanno variazioni, i fornitori cambiano, gli articoli vengono discontinuati.
Per questo la cartella colori dovrebbe contenere anche informazioni gestionali:
Un archivio colori ordinato è ciò che permette a un brand di essere riconoscibile per anni.
Esiste un approccio opposto, ed è quello che seguiamo quando il progetto lavora su lavorazioni artigianali.
Invece di scegliere i colori e cercare come ottenerli, si parte dalle possibilità reali del materiale e del processo.
Nella tintura naturale, per esempio, la gamma disponibile è determinata dalle fonti coloranti e dai mordenti, come abbiamo descritto parlando di tinture naturali.
In questo caso la cartella non è un desiderio da realizzare, ma una selezione all’interno di ciò che il processo restituisce.
Il risultato è meno libero e più coerente, con toni che si accordano naturalmente tra loro perché condividono l’origine.
Prima del modello, prima del tessuto, prima del prezzo, il cliente vede il colore.
È l’elemento che determina se si avvicina a un capo o passa oltre.
Costruire la cartella colori con lo stesso rigore con cui si costruisce un cartamodello è quindi una scelta strategica.
Ed è una delle poche decisioni progettuali il cui effetto sulle vendite si misura con chiarezza a fine stagione.
Studio Stilistico affianca brand, aziende e designer nello sviluppo di collezioni che uniscono identità, ricerca materiali e lavorazioni artigianali.
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