In composizione l’elastomero compare spesso con valori minimi: due per cento, tre per cento.
Sembra un dettaglio, ed è invece una delle decisioni che condiziona più a lungo il capo.
L’elastomero cambia il comportamento del tessuto in confezione, la temperatura di stiro consentita, la tenuta della forma nel tempo e la riciclabilità del prodotto.
La domanda giusta non è se metterlo, ma quanto e perché.
Esistono due elasticità diverse e vengono confuse.
La prima è l’elasticità meccanica: un tessuto senza elastomero si allunga sul bias, cioè in diagonale rispetto ai fili, e alcune armature si allungano più di altre.
Anche la maglia si allunga per costruzione, perché è fatta di anelli e non di fili incrociati.
La seconda è l’elasticità di ritorno: la capacità di tornare esattamente alla misura di partenza, e questa la dà solo l’elastomero.
Un tessuto può quindi essere elastico senza elastomero, ma senza elastomero non torna: si allunga e resta allungato.
È la differenza tra un pantalone che si adatta e un pantalone che dopo tre mesi ha il ginocchio segnato.
Le percentuali di uso corrente, come riferimento per valutare una proposta.
| Capo | Elastomero indicativo | Effetto |
|---|---|---|
| Camicia | 1 – 2% | comfort in movimento, nessun cambio di aspetto |
| Pantalone da giorno | 2 – 3% | comfort e tenuta della forma sul ginocchio |
| Jeans classico rigido | 0% | si modella sul corpo con l’uso, non torna |
| Jeans comfort | 1 – 2% | mantiene la vestibilità nella giornata |
| Jeans aderente | 3 – 5% | la vestibilità dipende dall’elastomero |
| Capospalla | 0 – 2% | oltre, il capo perde struttura |
| Capo sportivo aderente | 8 – 20% | l’elasticità è la funzione del capo |
Sopra il tre per cento l’elastomero smette di essere un accorgimento di comfort e diventa un elemento strutturale del capo: la vestibilità dipende da lui, e quando cede il capo non è più recuperabile.
Un tessuto elasticizzato non si cuce come un tessuto rigido.
Questi punti vanno verificati con il laboratorio prima di confermare il tessuto, come descritto parlando di scelta del laboratorio.
L’elastomero ha una vita più corta delle altre fibre del tessuto.
Calore, cloro, ammorbidenti, asciugatrice e sollecitazione ripetuta lo degradano.
Un capo può quindi avere un tessuto ancora integro e una vestibilità già persa.
È il motivo per cui i capi molto elasticizzati raramente durano più di due o tre stagioni di uso reale.
Su un prodotto costruito per durare, ogni punto percentuale in più è un anno in meno, e va soppesato contro il comfort che restituisce.
Un capo pensato per essere riparato o rigenerato dovrebbe averne il meno possibile, come descritto parlando di progettare per la riparabilità.
Chi lavora sul colore ha un vincolo in più.
L’elastomero non prende i coloranti usati per le fibre cellulosiche e proteiche, e nei bagni caldi si degrada.
Su un capo destinato a tintura naturale o a sovratintura, la presenza di elastomero limita le temperature utilizzabili e può lasciare zone più chiare nei punti di maggiore concentrazione.
Non è un impedimento assoluto, ma è una variabile da mettere nella ricetta prima e non dopo, come descritto parlando di ricette ripetibili.
L’elastomero è uno strumento, non un miglioramento automatico.
Serve dove il capo deve tornare alla sua misura, e non serve dove il capo deve modellarsi sul corpo e restare così.
La quantità giusta è la minima che dà il comportamento richiesto.
Ogni punto in più si paga in durata, in riciclabilità e in vincoli di lavorazione.
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